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coff. RIP


Steve Rushen
Università statale della Pennsylvania
State College, Pennsylvania
(AIR, n.1/2, marzo-aprile 1995)

E' stata dedicata grande attenzione al momento in cui una persona smetterebbe di imparare. Molti ritengono che si impari per tutta la vita. Altri che si smetta in tenera età e che, superata quella soglia anagrafica, "imparare" significhi soltanto applicare conoscenze già acquisite ad una situazione nuova. Molti professori pensano, a sostegno della seconda ipotesi, che nella maggior parte dei casi il processo abbia fine nell'anno precedente all'iscrizione. In questa ricerca, mi schiero però con la prima di queste scuole di pensiero. Ad un corso tenuto di prima mattina davanti ad un'aula di trenta ragazzi vivi, sono stati aggiunti quindici studenti morti e si sono osservati gli effetti ottenuti. Dopo un quadrimestre di misure accurate, le seguenti osservazioni sono state giudicate degne di nota (vedi Tabella 1 per i coefficienti RIP[1]).

Presenze
In media, gli studenti morti saltano le lezioni meno degli studenti vivi, soprattutto nelle giornate calde e assolate. Gli studenti morti non sono mai risultati assenti, erano seduti in aula da prima dell'inizio e non uscivano mai prime della fine (anzi si fermavano anche dopo, senza mai lamentare che la lezione fosse troppo lunga), contrariamente ai loro compagni le cui presenze non erano perfette, che entravano in ritardo e talvolta uscivano anzitempo.

Condotta
In media, gli studenti morti disturbavano meno di quelli vivi. Tendevano meno ad interrompere il docente, ad essere impertinenti, a fare meno rumore o a porre domande idiote.

Media per studente
(vivo)
Coefficienti RIP
(morto)
Presenze
0,56
1,00
Condotta
0,40
1,00
Attività in aula
0,12
0,13
Punteggio agli esami
0,45
0,09

Attività in aula
Non è stata rilevata alcuna differenza tra l'attività degli studenti vivi e morti durante le discussioni in aula, nelle risposte al docente o quando erano chiamati alla lavagna a risolvere un problema.

Risultati agli esami
E' stato il tallone d'Achille degli studenti morti, che hanno registrato da 30 a 40 punti in meno rispetto alla media della classe. L'effetto sulla curva dei voti è stato notevole: i voti di tutti gli studenti vivi sono saliti di parecchi punti.

Conclusione
L'autore ritiene che gli studenti morti debbano trovare posto in aula. La presenza costante e la condotta esemplare ne dimostrano chiaramente il desiderio di imparare. In tre degli indici di partecipazione, il loro rendimento era pari o superiore a quello degli studenti vivi. Il fatto che i risultati degli esami fossero meno brillanti di quelli vivi non è affatto un segnale di scarso interesse per lo studio. I bassi punteggi potrebbero essere dovuti ad una scarsa fiducia in sé oppure ad una in-comprensione generale delle procedure degli esami. L'autore ritiene inoltre che la valutazione dell'educazione "basata sull'esito finale" che dovrebbe essere introdotta a breve sia la chiave per superare questo ostacolo e dia un'indicazione più affidabile della vera capacità degli studenti, vivaci o meno.

[1] I coefficienti Requiescant in Pace (RIP) per le presente e per i punteggi alle prove sono basati sulle percentuali semplici ottenute nelle rispettive categorie. Per le attività in aula e la condotta, sono basati invece su misure qualitative e quantitative di entrambe. Il valore 1,00 corrisponde al 100%, cioè ai risultati perfetti, mentre 0,00 corrisponde a 0% ovvero ai risultati peggiori.